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Benvenuto!
Questo sito web è realizzato per condividere alcuni pensieri. Spesso sono formalizzati in ordine sparso e senza costanza e per te, lettore, non sarà sempre semplice ricostruire i miei percorsi mentali. Forse il bello è proprio questo, forse no. Se avrai la pazienza di seguirmi potrai capirmi meglio.

January 28, 2009


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28
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Accordo separato sulla riforma degli assetti contrattuali

By Massimo Caiazzo

Con l'esclusione della CGIL, gli altri sindacati, le associazioni delle imprese ed il Governo hanno siglato l'intesa che detta le linee per le nuove relazioni industriali nel pubblico e nel privato.


"Il governo ha forzato in direzione di un accordo che sapeva non avrebbe avuto il consenso della CGIL", ha commentato il segretario generale della CGIL, Guglielmo Epifani, al termine dell'incontro a palazzo Chigi definendo il testo "nella sostanza immodificabile, un prendere o lasciare".

 

Epifani ha aggiunto che "Per la Cgil un accordo sulle regole ha un valore se, come avvenuto con l'intesa del 23 luglio, sono i lavoratori con il loro voto a definire validità e pienezza democratica"


Per avere maggiori informazioni potete consultare il sito

www.accordoseparato.comOpen in a new window




August 5, 2008


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AUG
2008

Contratto separato commercio

By Massimo Caiazzo

Nei giorni scorsi si è consumata la vicenda relativa al rinnovo del contratto nazionale del commercio, scaduto dal 31/12/2006.

Purtroppo la conclusione non è stata delle più felici ed ha prodotto un accordo separato sottoscritto dalle sole federazioni del commercio di CISL e UIL e da Confcommercio e Confesercenti. Questo accordo separato non produrrà effetti positivi, perché dividerà i lavoratori e creerà ulteriori problemi. Già ora possiamo notare i sintomi e le avvisaglie di questa situazione. I lavoratori non comprendono come sia stato possibile per le federazioni del commercio di CISL e UIL sottoscrivere un accordo che accoglie la contropiattaforma di Confcommercio e rinnega la piattaforma unitaria sottoscritta da CGIL, CISL e UIL a dicembre 2006.


Nel merito la CGIL ha ritenuto opportuno non firmare l'accordo perché prevede il peggioramento delle condizioni di lavoro di lavoratrici e lavoratori

  • attraverso l'introduzione di 26 domeniche/festività obbligatorie
  • attraverso la definizione di modalità per i neo assunti apprendisti che a parità di salario lavoreranno più ore
Per avere maggiori informazioni potete consultare il sito
www.contrattoseparato.comOpen in a new window

Segnalo la possibilità di sottoscrivere una petizione per arrivare ad una consultazione unitaria dei lavoratori del commercio




May 31, 2008


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31
MAY
2008

Il sindacato deve difendere la donna scalza o il "ricco" disoccupato?

By Massimo Caiazzo




La vignetta è paradossale e paradigmatica (anche se non ancora allineata all'era euro ), ma secondo me inquadra molto bene il nocciolo della questione che deve affrontare il sindacato e le contraddizioni nelle quali spesso opera. Contraddizioni che se possibile cerca di governare, non sempre con efficienza ed efficacia per le
condizioni dei lavoratori...
La vignetta è paradossale perché ovviamente non è dato spiegare al marziano, che ieri è sceso sulla terra dopo aver metabolizzato la nostra storia recependo che l'uguaglianza dovrebbe essere patrimonio comune dell'umanità terrestre, come sia possibile che nel nostro mondo una lavoratrice non possa permettersi le scarpe, mentre un disoccupato abbia quelle più costose ed alla moda.
La vignetta è paradigmatica perché fotografa in modo sintetico ed efficace quella che può ritenersi come la povertà nella ricchezza o, per dirla in altro modo, la ricchezza nella povertà. Perché va detto che il disoccupato è "povero" per la latitudine in cui vive. Molto probabilmente è uno dei "bamboccioni" a cui pensava l'allora ministro Padoa Schioppa in una infelice esternazione che avrebbe dovuto
"sferzare" le nuove generazioni italiane e che invece ha dimostrato quanto lontano il ministro fosse dalla realtà del paese (con tutto quello che ne consegue delle sue scelte economiche e politiche).
Questo disoccupato può permettersi quelle scarpe perché mamma e papà gliele pagano, ma è personalmente dipendente dalla famiglia. Non è in grado di sostenersi, né tanto meno di creare una famiglia indipendente da quella di provenienza che, peraltro, gli consente comunque un tenore di vita fuori dalla portata della gran parte delle popolazioni mondiali. La sua povertà è data dalla mancanza di prospettive, non è una "povertà di beni".
La lavoratrice china sulla macchina da cucire invece può vantare la "ricchezza del suo lavoro", che magari le consente di sfamare la famiglia, ma non le consente di acquistare delle scarpe. Del resto evidentemente i bisogni primari hanno la precedenza. Certo la sua è una "ricchezza" davvero molto singolare, perché magari è costruita con 12 ore di lavoro al giorno, per 7 giorni a settimana, per 365 giorni all'anno in uno sgabuzzino buio. Quanto di più lontano si possa immaginare dalla "ricchezza" intesa nel nostro modello occidentale, ma certamente il contesto in cui si inserisce questa ragazza non è nemmeno lontanamente paragonabile con il nostro vivere quotidiano.

Detto ciò la questione posta nel titolo (devo difendere lui o la donna scalza?) credo sia impropria. Personalmente direi che come sindacato devo difendere entrambi.
Scegliere di difendere solo uno dei due significa sostenere che una guerra tra poveri debba in qualche modo essere avallata dalle scelte del sindacato ed introdurre nei fatti un concetto protezionistico dell'uno a scapito dell'altra. Io penso che fare la scelta tra i due non mi porterebbe lontano ed escluderebbe uno dei soggetti deboli delle rispettive società (per inciso non che questi soggetti siano gli unici soggetti deboli delle rispettive società, ma certamente deboli lo sono). Ovviamente nella situazione data devo avere l'accortezza che la difesa dell'una e dell'altro devono tenere conto di un contesto differente. Il contesto non è secondario e di conseguenza devo calibrare con molta attenzione quelle che sono le iniziative che hanno un senso per la ragazza scalza e quelle che invece sono iniziative che hanno un senso per il "bamboccione". E qui arriviamo alla difficoltà di declinare questa affermazione di principio in atti concreti.

Il sindacato deve produrre uno sforzo culturale enorme, anche perché in Italia siamo nell'assenza di una "dignitosa sponda politica" che possa supportarlo in questo tentativo (peraltro, di per sé, nell'attuale desolante panorama politico nostrano questo potrebbe anche non essere negativo). Lo sforzo culturale è quello di far crescere la lavoratrice scalza e di rendere consapevole il bamboccione che si trova sulla stessa barca della lavoratrice scalza: o crescono tutti e due, oppure affondano tutti e due e lui che cade da una "posizioni più alta" certamente sarebbe quello che subisce i danni maggiori. Il coinvolgimento, la consapevolezza dei lavoratori, la presa di coscienza dell'umanità dei lavoratori, anche se suonano molto "vetero e retorico", sono ancora gli unici strumenti che garantiscono una concreta possibilità di mobilitazione dei lavoratori. A loro va detto che la crescita è possibile solo se entrambi ne fruiscono e che la crescita dell'uno e dell'altra non potranno avere la stessa velocità, ma saranno inevitabilmente legate al contesto: la crescita della donna scalza dovrà essere necessariamente più veloce, mentre la crescita del ragazzo con le scarpe griffate dovrà essere più lenta per garantire un "ricongiungimento finale".
Questo potrebbe essere inteso come protezionismo? Credo di no. Io non vedo una misura protezionistica nel tutelare la vita e la salute dei lavoratori sempre e comunque. Purtroppo la vulgata comune, anche all'interno del partito democratico italiano, secondo cui si può avere sviluppo solo se si comprimono i diritti dei lavoratori rendendo la loro vita flessibile (perché anche quella diventa flessibile, omettere questa considerazioni nasconde sì un carattere ideologico in chi propugna
soluzioni flessibili che garantiscano le esigenze delle imprese dimenticando che il lavoro flessibile spesso snatura le vite delle persone) prevede che questo è necessario per dare fiato alle imprese (peraltro senza garanzia che poi vi sia una redistribuzione di ricchezza, anche solo parziale, come purtroppo dimostra la recente esperienza di centro sinistra). Questo pensiero è miope e non tiene conto del fatto che se già è difficile tenere insieme il mondo del lavoro (la ragazza scalza ed il disoccupato occidentale) con tutte le sue sfaccettature globali è impossibile tenere insieme il mondo del lavoro ed il mondo dell'impresa che hanno, per definizione, interessi diversi e spesso contrastanti.
Il sindacato deve avere la capacità di sostenere che se è vero che solo nello sviluppo ci può essere la redistribuzione è pur vero che in nome dello sviluppo non possono essere dimenticati i diritti umani prima che quelli dei lavoratori, diritti che devono essere universali. Un sindacato che affermasse e praticasse questa scelta politica non è protezionista, ma pratica un'azione di tutela dei lavoratori nel contesto in cui si trovano ed al contempo si fa carico di condividere con i lavoratori l'evidenza che i singoli sindacati, da soli, non possono essere garanzia del miglioramento delle condizioni degli ultimi, ma che inevitabilmente devono confrontarsi con realtà diverse da quelle nazionali e spesso peggiori di quanto si possa credere. Non è quindi un caso che le attività dei sindacalisti, anche in realtà "non sospette" come USA ed Australia, siano contrastate direttamente dai governi che le percepiscono come antieconomiche e protezioniste, mentre nella pratica potrebbero avanzare istanze di inclusione di lavoratori fino ad oggi esclusi dai diritti minimi (umani prima che sindacali). Secondo me un sindacato deve essere in grado di difendere le condizioni di tutti i lavoratori e porsi obiettivi che consentano i miglioramenti possibili nel contesto dato, locale ed internazionale.
E' naturale che nella situazione attuale i protagonisti della vignetta hanno necessità di interventi e tutele differenti. Però questo non si ottiene solo continuando a "far comprare" scarpe al disoccupatoitaliano fabbricate dalla ragazza scalza orientale. Si deve fare un salto di qualità che vada oltre la mera pratica economica del consumismo che garantisce lo sviluppo dei paesi occidentali e che inevitabilmente mantiene soggiogati milioni di lavoratori poveri nel "sud del mondo".

L'internazionalizzazione dei sindacati è un'entità che deve essere perseguita, ma che fatica a nascere in modo compiuto. Naturalmente le singole esperienza sindacali nazionali sono spesso molto distanti tra loro, sia nella pratica, sia nella storia sindacale. Il gap da colmare quindi, ancora una volta, non è solo organizzativo, ma è culturale. Del resto, almeno in Italia, la dimensione delle aziende con cui si ha a che fare è ancora di natura locale e nei casi in cui non lo è i sindacati si trovano ad avere a che fare con legislazioni differenti che ne impediscono la completa agibilità. Cito non a caso la legge "Bolkestein" come elemento di destrutturazione e di indebolimento di una rappresentanza forte dei lavoratori anche laddove la storia la garantirebbe. Infatti se io ho un'azienda che ha fabbriche in Italia ed in Romania certamente posso fare affidamento sulle leggi italiane per tutelare i lavoratori che sono impiegati in Italia, ma devo necessariamente fare riferimento alle leggi romene per il lavoratori impiegati in Romania. Inevitabilmente la forza del sindacato romeno è limitata. Questo ovviamente prescinde dallo sforzo organizzativo del sindacato perché è un elemento sul quale il sindacato può fare pressione, ma che per sua natura non può governare.
Naturalmente i sindacati internazionali faticano a nascere non solo per i limiti imposti dalle legislazioni del lavoro nazionali, ma anche per inerzie e contrasti che hanno natura storica. Banalmente le difficoltà che incontriamo anche in Italia dove non sempre si riesce ad avere una sintesi unitaria tra CGIL CISL UIL sono il paradigma di storie ed ideologie diverse che faticano a trovare una giusta composizione in un unico soggetto. Le difficoltà a livello internazionale non possono che essere aumentate e da qui la scarsa visibilità delle azioni internazionali delle confederazioni sovranazionali.

Per chiudere aggiungerei poi la categoria dei "consumatori" che non è irrilevante in questo discorso (vedi le campagne contro le multinazionali che sfruttano il lavoro minorile nelle regioni povere del globo). Io credo che il "consumatore" diventi una controparte dei lavoratori perché è portatore di interessi diversi da quelli dei lavoratori. Dobbiamo constatare che evidentemente stiamo vivendo in un periodo storico in cui l'individualismo è assolutamente padrone del campo. Il cittadino valuta quello che gli accade e lo circonda in modo positivo se gli garantisce un vantaggio diretto e personale, ma ravvede una soluzione cattiva se intravvede la mancanza di un beneficio nei suoi confronti. Garantire l'aumento dei salari e dei diritti ai lavoratori poveri comprimerebbe i profitti delle aziende che si sarebbero scaricati sui prezzi per i consumatori. Il lavoro del sindacato vive di queste contraddizioni ed anche per questo ritengo che un sindacato autorevole debba farsi carico di sostenere i lavoratori in quanto tali, anche quando queste posizioni possono essere percepite come protezionismo dai consumatori. Perché a ben vedere, se si cerca di fare tutto il lavoro, fino in fondo, forse non stiamo parlando di protezionismo.

Vedi anche "Qual è il ruolo del sindacato nella globalizzazione".



May 4, 2008


SUN
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MAY
2008

Mucchio 646, Maggio 2008: è in edicola!

By Massimo Caiazzo
Ma ci stai ancora pensando? Corri in edicola!

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"Essere contro era l'imperativo (politico e morale) decisivo. Non c'era alcun motivo di chinare la testa per dichiararsi sconfitti in anticipo, senza aver provato a far saltare tutto. Oggi che ci confrontiamo contro lo spettro (e la realtà) della globalizzazione forse siamo in grado di rivalutarlo, quello sforzo ostinato, di capirlo meglio". (Vittorio Giacopini sul Mucchio di maggio n.646).

www.ilmucchio.it
Open in a new window (tutte le mattine i fatti del giorno prima (politici e non) commentati da Max Stéfani)

MAGGIO 68
Argomento (forse) scontato e banale, ma un'occasione per tornare su temi, idee, energie che non devono mai passare di moda. Il nostro '68 dunque: le "parole della protesta", la musica, i libri

THE LAST SHADOW PUPPETS
Nel mercato discografico regna il caos e la quantità di uscite è a dir poco esagerata, ma il primo album di questo giovanissimo duo inglese costituisce una bella eccezione.

REPORT
È una delle trasmissioni tv che più apprezziamo perché ci fa capire che si possono fare inchieste scomode anche in televisione. Tuttavia, da un po' di tempo, c'è qualche preoccupante sbandata. Una di queste si chiama Paolo Barnard.

WILLARD GRANT CONSPIRACY
A ogni nuova tappa, l'esistenza della sigla Willard Grant Conspiracy somiglia sempre più a un viaggio.

BORIS 2
Dal 12 maggio, ogni lunedì alle 23 su Fox (canale 110 di Sky) torna con un'attesissima seconda stagione la fuoriserie italiana Boris. Per la televisione una ventata d'aria nuova, la stessa che abbiamo  respirato sul set assieme agli attori, ai registi e all'intera troupe.

GOD SAVE THE PUNK
Una piece teatrale ispirata al testo sacro Please Kill Me e, pertanto, dedicata alle origini del punk? Impossibile resistere alla tentazione di vedere come il temerario proposito fosse stato tradotto in realtà, molto bello scoprire che lo spettacolo funziona.

EFFETTO RADIOHEAD
Forse è ancora presto per stabilire con certezza se con "In Rainbows" i Radiohead abbiano rivoluzionato l¹industria musicale e i suoi canali distributivi. Certo è che il loro esempio ha fatto scuola, anche qui in Italia. a livello tanto di etichette indipendenti quanto di gruppi "di base". Abbiamo cercato di capire come.

MAURIZIO COSTANZO
Solo nel 2005 ha dichiarato 4 milioni di euro  di guadagno (in chiaro). Ex addetto stampa di Licio Gelli, è uno degli uomini più potenti d'Italia. Come fa?

LE RECENSIONI di dischi
Rachel Unthank, Afterhours, Yuppie Flu, Willard Grant Conspiracy, Guillemots, I. Campbell & M. Lanegan, Mudhoney, Massimo Bubola, Elliot Murphy, Elbow, Jamie Lidell, The Futurheads, Pete Molinari, Stars Like Fleas, Matmos, Kissey Asplund, Bon Iver, Wildbirds & Peacedrums, Indian Jewelry, Foals, Raconteurs, Singer, L'Enfance Rouge, Year Long Disaster, Scott Matthew, Butcher The Bar, The Charlatans...

CLASSIC ROCK
Chuck Berry, Neu/La Düsseldorf, Bush Tetras Motown, Alabama 3, Eric Andersen, Apples In Stereo, Kid Creole, Elvis Costello, DFA, Sergio Endrigo, Free/Paul Kossof, Godfathers, Nigeria  Les Savy Fav, Sugarhill Gang, Microphones, Carlos Peron, Michael Rother, Gang.

E ancora...
Futurheads, dEUS, Majomatics, Portishead, R.E.M., Mauro Covacich, Brian Selznick, Julian Cope, Eugenio Finardi , Ellen Allien , Roland Appel, Mojomatics, Domus Bokassa, Balloons e le rubriche di Riccardo Bertoncelli, Alberto Crespi, Max Stéfani, Daniele Biacchessi, Luca Castelli, Alessandro Bolli


May 3, 2008


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MAY
2008

Blogging: hobby o lavoro?

By Massimo Caiazzo
Su "il manifesto" del 1 Maggio 2008, nella rubrica "chip&salsa", leggo  un interessante articolo dal titolo "Connessi, sfruttati e contenti. Crowdsourcing, ovvero l'utilizzo delle masse collegate alla rete". In questo articolo si riprende un'indagine del "New York Times" che partiva dalla precoce scomparsa di alcuni blogger tecnologici colpiti da infarto e sollevava una nuova questione: l'autosfruttamento di blogger o degli utenti dei social network. In pratica il confine tra hobby e lavoro si assottiglia. E quando questo accade significa che si lavora sempre, ovvero l'hobby viene assorbito dal lavoro.

Pare che oggi i nuovi sfruttati siano i blogger (in questo spazio equivale a parlare di corda in casa dell'impiccato):
  • lunghe ore senza pause, né limiti definiti;
  • pagati a cottimo, per pochi euro;
  • ossessionati dall'idea di essere esclusi perdendo il proprio posto.
Nell'articolo si cita il caso di FacebookOpen in a new window, un social network con 70 milioni di affiliati il cui valore si aggirerebbe sui 15 miliardi di dollari. Poco tempo fa ha deciso di utilizzare i propri utenti per effettuare la traduzione del sito nelle diverse lingue.
Chi desidera collaborare deve scaricare un'applicazione e procedere nella traduzione di frasi e comandi usati nel sito e titolo gratuito. Naturalmente si gioca sulla "disponibilità" dei propri utenti. Per questo concetto è stato inventato anche un neologismo: crowdsourcing (da crowd + outsourcing), ovvero l'utilizzo delle masse collegate alla rete per fare eseguire un lavoro prima svolto internamente da un'azienda o un'istituzione. Ovviamente le vecchie "istituzioni" che avrebbero svolto il lavoro in modo remunerato non hanno tardato a farsi sentire. Alcuni traduttori professionisti hanno criticato l'esito del lavoro esternalizzato, giudicandolo di bassa qualità.

Un altro esempio citato è BeboOpen in a new window che è stato venduto dai fondatori, i fratelli Birch, per 850 milioni di dollari ad Aol, di proprietà del conglomerato media TimeWarner.  Questo sito è stato arricchito da musicisti, molti dei quali sono alle prime armi, che hanno condiviso le loro creazioni arricchendolo di contenuti e richiamando visitatori ed inserzioni pubblicitarie. Della ricca vendita nelle loro tasche non entrerà niente.

Appare quindi molto diffusa la pratica secondo cui molte aziende lasciano agli utenti i mezzi di produzione mantenendo però la proprietà dei prodotti risultanti. Gli utenti traggono soddisfazione dal fatto di partecipare e di "esprimersi" e le società ci guadagnano. In tutto ciò il confine tra hobby e lavoro diventa sempre più sottile, praticamente impalpabile. E quando questo avviene forse non è più corretto parlare di hobby. La conquista delle 8 ore lavorative al giorno aveva lo scopo di cadenzare le giornate secondo questo ritmo:
  • 8 ore per lavorare;
  • 8 ore per dormire;
  • 8 ore per svagarsi.
Le nuove tecnologie e le nuove culture di rete pare che stiano rubando spazio alle ultime 16 delle 24 ore giornaliere. Forse allora non è un caso se il "New York Times" ha accostato alcuni decessi all'autosfruttamento che è in corso... io per esempio non mi sento proprio benissimo...



April 18, 2008


FRI
18
APR
2008

Montezemolo e la produttività

By Massimo Caiazzo
Perché i salari aumentino deve aumentare la produttività!
Chi lo dice? Montezemolo che fa il verso al richiamo della BCE e di Trichet che dichiara che solo la moderazione salariale ci può salvare dalla valanga dell'inflazione.

Entrambi questi signori però non ci spiegano del perché l'inflazione continua a salire anche a fronte della moderazione salariale praticata dalle imprese dove non si rinnovano i contratti salariali. Non può essere che l'inflazione derivi dall'aumento del costo del petrolio e dall'aumento dei profitti delle imprese che aumentano prezzi e tariffe?

Quest'ultima ipotesi è molto probabile, perché l'aumento salariale più "hard" è quello dei metalmeccanici che prevede un aumento di 127 € al mese, lordi, in 30 mesi... significa che da gennaio 2008 a giugno 2010 l'aumento netto dei metalmeccanici sarà di circa 80 € netti al mese. Qualcuno pensa che questa cifra potrà garantire il potere di acquisto dei salari e metterli al riparo dall'inflazione?
Forse gli ingenui o quelli in malafede. Dove collocare Montezemolo? Certo lui, forte delle sue poltrone in diversi consigli di amministrazione con relative stock option e buon'uscite milionarie, non sarà preoccupato dall'aumento del costo della vita!

Magari potremmo provare a dirglielo: i salari possono crescere, a parità di inflazione, se si pratica la moderazione di prezzi e tariffe!

Non dategli la mano, lasciatelo solo!!!

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Immagine tratta da http://www.thesimpsonsquotes.com/




April 17, 2008


THU
17
APR
2008

Qual è il ruolo del sindacato nella globalizzazione?

By Massimo Caiazzo
La storia del sindacato è caratterizzata da iniziative di lavoratori, riuniti inizialmente in organizzazioni spesso clandestine, che hanno lo scopo principale di tutelare la vita e le aspirazioni al miglioramento della stessa per tutta la classe lavoratrice. I sindacati hanno operato attraverso il conflitto e le lotte per ottenere la fine del lavoro minorile, per il miglioramento della sicurezza dei lavoratori, per aumentare i salari ed in generale per migliorare il tenore di vita dell'intera società, per ridurre le ore di lavoro settimanali, per fornire a tutti una pubblica istruzione ed in ultima analisi per portare benefici per il lavoro salariato. Questa constatazione è sintomatica del rendere conto di quello che è stato il movimento sindacale e di quello che dovrà essere nel futuro se non vorrà snaturare la propria storia che prese le mosse in un momento in cui l'economia mondiale ebbe un repentino mutamento. Ci riferiamo alla rivoluzione industriale che soppiantò il precedente concetto di lavoro artigianale e contadino, rivoluzione che, per portata e per effetti sull'economia del pianeta, è certamente paragonabile all'attuale globalizzazione.
Fin dagli albori della rivoluzione industriale, in Inghilterra, l'azione sindacale si è manifestata come naturale e necessaria contrapposizione delle istanze dei lavoratori (poi identificati con il proletariato) all'emergente classe padronale industriale ed istituzionale (borghesia).Le nuove frontiere tecnologiche definirono la necessità di istituire moderni modelli produttivi e di organizzazione del lavoro che garantissero, all'interno delle fabbriche, il raggiungimento della produzione necessaria per giustificare l'esistenza della fabbrica stessa. In questa ottica si operò sia a livello istituzionale e politico, sia a livello culturale per garantire ai padroni delle fabbriche quella manodopera necessaria all'esistenza stessa della fabbrica. Nacque in quel momento, verso la fine del '700, il concetto di lavoro salariato e di proletariato urbano, ovvero si materializzò una classe di cittadini privi di particolari conoscenze tecniche che in cambio della propria opera in fabbrica ricevevano un salario. Il risultato fu un repentino e brusco mutamento della vita degli uomini e delle donne che si trasferirono dalle campagne per vivere e lavorare spesso in luoghi malsani e con orari di lavoro estenuanti. Questo snaturò il modello sociale conosciuto fino a quel momento. I lavoratori, come risposta, si aggregarono attraverso l'identificazione di uno status comune e di rivendicazioni comuni. Si coalizzarono per fare fronte comune al degrado ed alla miseria in cui erano costretti a vivere e lavorare dando vita ad aggregazioni che possono considerarsi le prime organizzazioni sindacali. Questo fece sì che l'evoluzione del sindacato, avviata tra i lavoratori verso al fine del '700 nelle fabbriche inglesi, si concretizzasse nei decenni successivi con la conquista di diritti e tutele. Va detto che questo fu possibile anche grazie al mutato orientamento delle classi dirigenti e politiche che vollero e seppero dare delle risposte attraverso la stesura di leggi che limitassero soprusi e vessazioni ai danni dei lavoratori. E' quindi evidente che l'azione sindacale fu in qualche modo affiancata, anche se quasi mai apertamente, da una certa classe politica che intravedeva gravi pericoli, per il mantenimento dello status quo, portati dal crescente potere contrattuale dei lavoratori. Per questo motivo la politica "concesse" riforme tali da limitare l'impatto dei sindacati e degli emergenti partiti socialisti e comunisti sulle masse popolari. Infatti in tutto ciò non va dimenticato che un peso fondamentale nel sindacato, soprattutto in Europa, lo ebbero proprio i partiti socialisti, comunisti ed anarchici che, a diverso titolo e con accenti diversi, identificavano nel lavoratore il soggetto principale della futura società. I sindacati molto spesso presero questi partiti come riferimento politico e culturale per far crescere e maturare le rivendicazioni dei lavoratori. Nell'Europa della Restaurazione delle monarchie queste formazioni politiche riuscirono a ottenere risultati tali da imporre ai parlamenti l'approvazione di riforme, seppure limitate, che andavano nella direzione di sostegno ai lavoratori e quindi anche all'azione sindacale che si stava caratterizzando in quel periodo. Da notare che questo lo si ottenne anche in assenza di una rappresentanza politica parlamentare particolarmente consistente. La spinta popolare ebbe un'influenza fondamentale, più della rappresentanza politica.
Naturalmente il processo fu molto lento e per nulla uniforme, con grandissimi differenze tra i singoli stati. Se in Inghilterra il lavoro minorile viene di fatto bandito nella prima metà dell'800, in Italia, stato industrialmente più arretrato e con grandi differenza sul territorio, il lavoro minorile è ancora diffuso sia nelle fabbriche sia nelle campagne ancora dopo la prima guerra mondiale. In Italia la prima legislazione sul lavoro risale ai primi del '900 e garantisce e legittima le organizzazioni sindacali che operano in quel periodo. Negli Stati Uniti il processo di nascita e consolidamento del sindacato avviene in modo ancora differente attraverso l'organizzazione corporativa di particolari categorie e segnando forse per questo stesso motivo frequenti rotture del fronte sindacale. Per esempio, la presenza minoritaria dei partiti politici di ispirazione socialista e comunista, che in Europa sembra essere elemento collante per le organizzazioni sindacali, negli Stati Uniti ha invece effetti contrari e disgregatori.

Nonostante queste evidenti frammentazioni tra le azioni sindacali nei diversi Stati e addirittura tra formazioni sindacali all'interno degli stessi paesi, a partire dalla seconda metà dell'800 si pongono le basi per la nascita di un movimento sindacale internazionale. Ancora una volta l'internazionalismo legato alle filosofie socialiste, comuniste ed anarchiche ha un peso fondamentale. Tuttavia le due guerre mondiali e poi la guerra fredda impediscono una reale e concreta azione del sindacato a livello internazionale, nonostante l'approvazione del fondamentale testo votato a Filadelfia il 10 maggio 1944 dalla International Labour Organization (ILO) che all'articolo 1 dichiara quanto segue:
"a) il lavoro non è una merce ;
b) le libertà di espressione e di associazione sono condizioni essenziali del progresso sociale ;
c) la povertà, ovunque esista, è pericolosa per la prosperità di tutti ;
d) la lotta contro il bisogno deve essere continuata in ogni paese con instancabile vigore ed accompagnata da continui e concertati contatti internazionali nei quali i rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro, in condizioni di parità con i rappresentanti governativi, discutano liberamente e prendano decisioni di carattere democratico nell’intento di promuovere il bene comune."
Questa dichiarazione, fatta mentre il secondo conflitto mondiale era ancora in corso, pone le basi per gli sviluppi successivi di associazioni in strutture sindacali internazionali e si pone come linea guida da perseguire e percorrere nell'operato dei sindacati nazionali. Si dovrà però attendere la caduta del muro di Berlino perché il peso ideologico del "blocco sovietico" consenta anche a sindacati occidentali di estrazioni socialista e comunista di iniziare un'azione comune con sindacati la cui matrice non si identifica nelle filosofie politiche sopra citate.
Purtroppo quanto sancito dalla dichiarazione di Filadelfia non trova sempre una reale applicazione nemmeno nei paesi che aderiscono all'ILO. Infatti ancora oggi l'attività sindacale è spesso caratterizzata da violente repressioni che producono un duplice risultato: intimoriscono i lavoratori ed indeboliscono i sindacati. Si va dalle repressioni con percosse, violenze, incarcerazioni ed addirittura omicidi di sindacalisti e lavoratori anche in paesi formalmente democratici (Colombia, Cina, Cuba, Filippine, Bielorussia,...), fino ad attività più "blande" di alcuni governi che di fatto limitano i diritti dei lavoratori ed impongono restrizioni alle attività sindacali per via legislativa (Australia, Svizzera, Stati Uniti, Algeria, Egitto, Arabia Saudita,...). In quest'ultimo caso si sta verificando il percorso inverso rispetto a quello che avvenne agli albori del sindacato quando invece la politica si fece carico di "arginare" la forza sindacale concedendo riforme apprezzate e ricercate dai sindacati stessi. Questo dimostra la forza dirompente che ebbe il sindacato al suo inizio e invece la sua attuale "debolezza" in alcuni contesti. Se pensiamo che tra questi contesti si devono annoverare Australia e Stati Uniti è naturale pensare che lo scontro sociale è stato spostato. Lo scontro è probabilmente diventato ideologico e legato alla globalizzazione in corso che rende necessario modificare i rapporti di forza tra lavoratori e aziende per aumentare la competitività di queste, e di conseguenza degli Stati, nella competizione internazionale. Infatti di fronte alle tendenze liberiste o neo-liberiste dei governi statunitense ed australiano, i sindacati non sono stati in grado di fare un fronte comune dei lavoratori ed i governi hanno potuto approvare leggi che ne limitano i diritti in nome di una maggiore competitività internazionale. Processi analoghi stanno prendendo piede anche in Italia.

Infatti va rimarcato che spesso il "filo rosso" che lega azioni antisindacali ai danni delle organizzazioni sindacali o dei lavoratori stessi ed i governi degli Stati in cui si manifestano queste azioni è la necessità di assecondare o cavalcare la globalizzazione per garantire la stabilità delle economie dei paesi stessi. L'esempio certamente più eclatante è quello cinese, dove i diritti dei lavoratori sono compressi tra le esigenze produttive ed organizzative delle aziende occidentali, che hanno de-localizzato gran parte della loro produzione manifatturiera in Cina, ed i sindacati locali che hanno il preciso compito di controllare i lavoratori in nome e per conto del Partito Comunista Cinese. Qualsiasi forma di protesta o di dissenso attraverso sindacati autonomi è punita con la reclusione. Ancora una volta, come in passato, si verifica quella trasformazione da società rurale a società industriale in presenza di un regime totalitario che nega i diritti e le tutele minime ai lavoratori. La spersonalizzazione, l'annullamento, l'alienazione che stanno subendo centinaia di migliaia di giovani cinesi "deportati" dalle campagne nelle città non deve essere molto dissimile da quello che avvenne nell'Inghilterra nella seconda metà del '700.
Negli Stati Uniti, al contrario, si sta manifestando un nuovo fenomeno di inclusione all'interno delle organizzazioni sindacali. I sindacati USA che un tempo erano "protezionisti" e tendevano a rappresentare e tutelare solo i lavoratori autoctoni, rendendosi conto che il loro peso contrattuale ed il loro potere va lentamente scemando anche nei settori tradizionalmente forti (edilizia e industria metalmeccanica su tutti) stanno coinvolgendo lavoratori immigrati, cercando con queste iniziative un elemento di sopravvivenza. Eppure, nonostante questa azione, i sindacati americani stanno perdendo rapidamente tesserati. Va detto che questo processo si sta manifestando in un momento in cui l'economia sta attraversando un periodo di prolungata stagnazione, ma è evidente che un fronte sindacale diseguale e non compatto rende più deboli i singoli lavoratori e le loro rivendicazioni. L'iniziativa di coinvolgere soggetti fino ad oggi esclusi è certamente lodevole, ma non può prescindere dal ricoinvolgimento dei "vecchi lavoratori", pena l'avere comunque un fronte sindacale diseguale e disunito.
Discorso analogo vale per la Francia, dove il livello di sindacalizzazione è tra i più bassi dei paesi occidentali. Eppure nonostante questa situazione oggettiva, i lavoratori francesi, soprattutto del pubblico impiego e dei trasporti, sono stati in grado di dare vita ad una mobilitazione lunga ed articolata che ha costretto governi di diverse tendenze politiche a rivedere le proposte di legge che evidentemente non erano gradite ai lavoratori stessi. Questa situazione paradossale è forse da spiegarsi con una coscienza civica che in altri paesi, come per esempio l'Italia, non è così sviluppata. Durante lo sciopero dei trasporti, che ha paralizzato per diversi giorni la Francia, i lavoratori in sciopero hanno ottenuto la solidarietà dei concittadini e questo ha garantito il buon esito della vertenza, nonostante il numero di lavoratori tesserati sia molto piccolo rispetto al numero di lavoratori complessivo. Pare quindi che in Francia non sia la sindacalizzazione l'elemento costitutivo delle lotte sindacali. In quel contesto evidentemente la rivendicazione del mondo del lavoro viene percepita come opzione più generale, quasi sociale, all'interno delle dinamiche dello Stato.

In Italia la situazione è certamente complicata dalla congiuntura economica non favorevole, ma non solo. Le scelte dei governi che si sono susseguiti negli ultimi 10 anni sono state improntate più alla deregolamentazione del mercato del lavoro, con la relativa compressione dei diritti dei lavoratori, piuttosto che agli interventi strutturali volti a riqualificare il tessuto produttivo proprio della nostra tradizione. Nel mercato globale si è scelto di competere abbassando il costo del lavoro piuttosto che aumentando la qualità dei nostri prodotti e delle nostre produzioni. Il risultato più evidente della combinazione delle leggi Treu e Biagi è che i lavoratori sono ancora più soggetti, di quanto non lo fossero in passato, al ricatto dei datori di lavoro per il mantenimento del posto di lavoro. Questo produce di conseguenza una diminuzione dell'adesione al sindacato in quanto, di per sé, la scelta di iscriversi al sindacato potrebbe essere interpretata dal datore di lavoro come una scelta "conflittuale" e di conseguenza portarlo a considerare il lavoratore poco "affidabile". Nemmeno le proposte che si stanno leggendo in questo periodo da parte del professore Ichino, come la delazione nelle strutture pubbliche per stabilire processi meritocratici, oppure il superamento dell'articolo 18 per rendere più dinamico il mercato del lavoro, possono ritenersi proposte che vanno nella direzione di aumentare le tutele dei lavoratori. Semmai è vero il contrario. Già oggi in una realtà come quella italiana, dove si è scelto di competere sul costo del lavoro e non sulla qualità, è naturalmente più "appetibile" un giovane lavoratore, semmai precario e quindi per sua natura meno "conflittuale" e più "affidabile", rispetto al lavoratore esperto e certamente più costoso. Il risultato di questa situazione è che spesso ci si trova nell'assurda situazione del lavoratore espulso dal mercato del lavoro perché troppo anziano, ma che non ha maturato il diritto alla pensione perché troppo giovane. Diminuendo ulteriormente le tutele per i lavoratori questo paradosso non potrebbe che aumentare.

E' del tutto evidente che l'impatto che la globalizzazione ha sul mercato del lavoro in questi anni ha provocato grossi mutamenti. Le politiche attuate per governarla o, meglio, per cercare di governarla sono in qualche modo state definite a livello di governi nazionali e vanno tutte nel segno di rendere flessibile il lavoro, con il corollario che questa flessibilità, in Italia, si è tradotta in precarietà. Anche in Europa, pur in presenza di direttive di indirizzo generale per tutti i paesi, ogni Stato ha optato per strategie personalizzate. Non è un caso che la Germania, per esempio, abbia concluso importanti accordi commerciali con Cina e Russia de-localizzando relativamente poco, mentre l'Italia abbiamo sottoscritto accordi commerciali in tono minore con entrambe queste superpotenze, ma consegnando gran parte del tessuto produttivo alla de-localizzazione in paesi stranieri dove il costo del lavoro è decisamente inferiore a quello italiano. Peraltro la cosiddetta direttiva Bolkestein, nella sua stesura iniziale, prevedeva un meccanismo che sanciva la possibilità di applicazione delle condizioni lavorative del paese europeo di origine anche nel momento in cui l'azienda si fosse trasferita con un'unità produttiva in un altro paese della comunità europea. Ovviamente questo avrebbe significato una ulteriore destrutturazione del mercato del lavoro ai danni dei lavoratori, sia in termini di diritti, sia in termini di salario, sia in termini di tutele.
La globalizzazione ha avviato processi di cambiamento su vasta scala producendo una crescente interdipendenza nelle relazioni economiche tra Stati diversi (commercio, investimenti, finanza, organizzazione della produzione globale) e di conseguenza anche nell'interazione sociale e politica tra organizzazioni sindacali ed individui di Stati diversi. Questo sancisce il fatto che tutti noi siamo parte di una stessa comunità globale, molto più ampia di quella a cui eravamo abituati a pensare. Tuttavia questa nuova dimensione ci deve porre nella condizione di ridefinire il senso di condivisione dei valori universali come la solidarietà di tutti i popoli della terra e quindi dei lavoratori stessi. L'economia globale potenzialmente ha grandi capacità produttive e, se gestita in modo virtuoso, può costituire una fonte di progresso materiale, generare posti di lavoro e di conseguenza contribuire significativamente alla riduzione della povertà nel mondo.

Purtroppo ad oggi il processo di globalizzazione sta producendo effetti molto diversi, sia tra i vari paesi, ma anche all'interno di settori e territori di stessi paesi. Si sta creando ricchezza, ma sono troppi i paesi e le persone che non ne traggono alcun beneficio. Per la stragrande maggioranza delle persone la globalizzazione non è venuta incontro alla legittima aspirazione di avere un lavoro dignitoso e un futuro migliore per i propri figli. Molti lavoratori sono costretti a vivere dell'economia informale senza diritti persino in paesi in cui l'economia è fiorente. In altri casi addirittura la risposta alla globalizzazione è quella di destrutturare il mercato del lavoro utilizzando in modo ideologico l'argomento della globalizzazione. Va ricordato che lo sviluppo dei movimenti no-global o altermondisti raccoglie lo sconcerto dei molti che non vedono negli attuali processi di globalizzazione miglioramenti delle condizioni di vita, perché molti lavoratori e comunità hanno subito conseguenze negative a causa della globalizzazione. Non è un caso se oggi in Italia si verifica e si riscontra che, per la prima volta, la generazione dei figli ha livelli di benessere inferiore a quello dei padri.

Il sindacato deve farsi carico di questa situazione di disuguaglianza inaccettabile che affligge le fasce più deboli delle società locali e della società globale. L'impegno sindacale deve essere profuso affinché si definiscano delle politiche congiunte e coordinate che possano contribuire a ribaltare l'attuale situazione. Certo il percorso non sarà breve, ma il sindacato deve operare costantemente affinché i legislatori portino gli aggiustamenti necessari al superamento delle ingiustizie. Certamente la sfida non è semplice perché oltre alle popolazioni emergenti si devono dare prospettive di miglioramento anche alle popolazioni delle nazioni già industrializzate e tenere insieme le due cose potrebbe aprire contraddizioni anche all'interno della classe dei lavoratori. Non a caso in Italia stiamo toccando con mano uno degli effetti di questa dicotomia legata alla globalizzazione: il razzismo. I lavoratori italiani percepiscono i lavoratori immigrati come quelli che vengono a "rubare il lavoro" nella migliore delle ipotesi, oppure a delinquere nella peggiore delle ipotesi. Il sindacato deve agire sempre nel rispetto della fratellanza tra i popoli, operando affinché le barriere culturali e religiose possano essere abbattute e debellando queste tendenze razziste ingiustificabili. Per farlo il sindacato deve avere il coraggio di parlare con tutti i lavoratori spiegando che se la torta da spartirsi è più grande, ce n'è di più per tutti. La via del sindacato deve essere quella di far crescere i salari, le tutele, i diritti di quei lavoratori che non ne hanno, oppure ne hanno in misura minore. E nel farlo deve rivendicare questo miglioramento, apparentemente solo di alcuni, come il miglioramento in prospettiva per tutti. Qualsiasi altra via sarebbe deleteria e segnerebbe inevitabilmente degli arretramenti perché dividerebbe ancora di più i lavoratori.

In questo le legislazioni che si sono susseguite in Italia certamente non hanno dato un contributo positivo. Lo dimostra chiaramente l'attuale società italiana, dove per combattere la disoccupazione si è scelta la strada di ridurre i diritti dei lavoratori. Stiamo parlando di tutti quei lavoratori che non hanno le ferie e le malattie pagate, oppure ai quali viene rinnovato il contratto semestralmente. Se da un lato questo ha indubbiamente avuto un beneficio in termini quantitativi, dall'altro ha prodotto un disastro nella qualità della vita delle persone, con l'inevitabile degrado della stessa società che poi partorisce i fenomeni di razzismo a cui ci riferivamo sopra.
Imputare questa situazione alla mera globalizzazione è miope, tanto più che la globalizzazione comunque procederà indipendentemente dalle scelte delle singole nazioni. Però se il sindacato opererà in modo coerente e diffuso a livello internazionale per far crescere le tutele ed i diritti di tutti i lavoratori, allora avremo una globalizzazione che si fa anche carico di redistribuire in modo globale a tutti gli attori del processo di globalizzazione: dall'operaio cinese al pastore boliviano, dalla commessa italiana allo stradino russo, dall'agricoltore africano al cuoco spagnolo, ...

Per ottenere i risultati sopra accennati, il sindacato deve avere la capacità di controllare e verificare le scelte industriali e di organizzazione del lavoro, affinché non possano esservi scelte opportunistiche da parte delle aziende e dei governi che svantaggino i lavoratori per un tornaconto economico. Il sindacato deve porsi obiettivi ambiziosi: garantire la stabilità sociale ed economica alle popolazioni occidentali e far crescere costantemente il tenore di vita delle società in via di sviluppo. La sfida potrà essere vinta solo se si perseguiranno contemporaneamente queste due vie, altrimenti il rischio è quello di generare un'impropria contrapposizione tra lavoratori di nazioni diverse, con il risultato di una crescita del tenore di vita dei paesi più poveri e l'inevitabile sconfitta dei sindacati nei paesi più ricchi, dove i lavoratori non capiranno perché è fondamentale che crescano i diritti di stranieri ed immigrati per garantire i propri diritti.


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Immagine tratta da http://www.spazioformazione.it/2005/12/index.asp



April 4, 2008


FRI
4
APR
2008

Votare è importante!

By Massimo Caiazzo
Perché se non voti lasci che altri decidano per te...
Purtroppo il quadro politico non è esaltante, ma anche in passato non lo è stato... "àddà passà à nuttata!"
Votare è un dovere oltre che un diritto, non dimentichiamo che molte persone sono morte per consegnarci questo diritto, non infanghiamo la loro memoria demandando ad altri l'esercizio della democrazia!

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Giacomo Matteotti

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Piero Gobetti

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Antonio Gramsci

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Fratelli Cervi



March 19, 2008


WED
19
MAR
2008

Sciopero del commercio: 21 Marzo 2008

By Massimo Caiazzo
Venerdì 21 Marzo 2008 è Primavera e le lavoratrici ed i lavoratori del commercio saluteranno la nuova stagione con uno sciopero per il rinnovo del contratto nazionale del commercio.

Il contratto nazionale è scaduto il 31 Dicembre 2006. Lo sapevate?
Confcommercio e Confesercenti pubblicano periodicamente ricerche lamentando che il potere di acquisto dei salari è sceso e che i consumi di conseguenza si sono contratti. Sapevate che queste due associazioni non vogliono accettare l'aumento richiesto dai sindacati di 78 € mensili lordi per il biennio 2007/2008?
I datori di lavoro intendono superare il concetto di riposo settimanale. I lavoratori del commercio già ora non necessariamente riposano alla domenica, perché molto spesso sono impegnati al lavoro, ma sapevate che i datori di lavoro vorrebbero superare il giorno di riposo?
Se non lo sapevate ora lo sapete.

Le lavoratrici ed i lavoratori che incroceranno le braccia venerdì 21 Marzo 2008 sono quelle donne e quegli uomini che incontriamo nei negozi, nei supermercati, negli ipermercati. Sono alle casse, sono tra le corsie dove allestiscono gli scaffali, sono ai banchi della carne, sono ai banchi dei salumi, sono ai banchi dei formaggi, sono agli sportelli informativi, sono quelli che ci consigliano l'abito o le scarpe più adatte, sono quelli che ci fanno il pacchetto regalo, sono quelli che nel mese di dicembre lavorano anche alla domenica per soddisfare la nostra "volontà" di consumo.
Queste donne e questi uomini scioperano non perché vogliono un venerdì libero prima delle feste di Pasqua, ma perché il contratto nazionale del commercio è scaduto da quasi 15 mesi. I manager, i titolari dei supermercati, degli ipermercati, dei negozi nei quali andiamo a fare la spesa, vogliono lavoratori flessibili da poter costringere a turni sempre più massacranti. In più questi lavoratori devono costare poco, perché altrimenti i profitti non ci sarebbero. Il tutto in un contesto nel quale i prezzi continuano ad aumentare anche per i lavoratori del commercio.

Per aiutare questi lavoratori in lotta per il loro diritto al rinnovo del contratto nazionale tutti possano dare un modesto contributo rinunciando a fare acquisti venerdì 21 Marzo 2008. Sarebbe un importante segno di solidarietà nei confronti dei lavoratori del commercio ed un segnale tangibile anche per le imprese (che quando le tocchi nel portafoglio sono sempre molto sensibili).

Un link utileOpen in a new window dove avere qualche informazione ulteriore.

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foto tratta da voloOpen in a new window




February 3, 2008


SUN
3
FEB
2008

Mucchio 643, Febbraio 2008: è in edicola!

By Massimo Caiazzo
Da non perdere! Corri! Corri! Corri!

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"La gioventù attuale è una delusione. E' l'età delle ribellioni serie e invece li trovi davanti al caffè, in un bar, un branco, vogliono la moto, l'Harley Davidson degli zombie". (Enzo Jannacci sul Mucchio di febbraio n.643)

ALTRO

Enzo Jannacci  di Chiara Garufi
Il nuovo spettacolo teatrale di Enzo Jannacci è la scusa per una serie d'improvvisazioni verbali, etiche, sociologiche, mediche, politiche sul presente alquanto bizzarro e inquietante che viviamo.

Sick Girls di Alexio Biacchi
Un'imitazione delle Suicide Girls americane? Finte trasgressive, post-pin up un po' alternative in versione "spaghetti", armate di tacchi e giarrettiera?

Chiagne e fotte di Paolo Flores d'Arcais
Sembra non ci sia limite all'intrusione della Santa Romana Chiesa nelle vicende dello Stato Italiano. Ma più risultati ottengono e più ne vogliono. E i nostri "laici" di cartapesta non fanno un minimo di resistenza.

Ilaria Alpi di Max Stèfani
In pochi si ricordano la scomparsa di coraggiosi giornalisti come Mauro De Mauro, Giuseppe Fava, Ilaria Alpi del Tg3. Il "Caso Alpi" è anche sbarcato in teatro. Partendo da un'inchiesta di Sabrina Giannini, realizzata per la trasmissione tv "Report", è stato tratto lo spettacolo "La vacanza", con Marina Senesi e la regia di Simonetta Favari.

"Morti bianche" di Massimo Del Papa
La piaga degli incidenti sul lavoro in Italia ha causato più morti della seconda Guerra del Golfo. Dall'aprile 2003 all'aprile 2006, nel nostro Paese i morti sul lavoro sono stati 5.252. Precariato, lavoratori stranieri, donne, minorenni e over 50 sfruttati nella completa indifferenza dei politici e dei sindacati.

Werner Herzog di Luca Castelli
Il Nuovo Cinema Tedesco ha tre totem: Wim Wenders, Rainer Werner Fassbinder e Werner Herzog. Quest¹ultimo è stato ospite a gennaio di una serie di eventi coordinati dal Museo Nazionale del Cinema di Torino.

Peter Bogdanovich di John Vignola
Il regista ha realizzato qualcosa di più e di meglio di un semplice documentario sul musicista Tom Petty, il monumentale "Runnin' Down A Dream". Si parla di questo e di altro

Giuseppe Genna di Alessandro Besselva
Opera dalla monumentalità quasi metafisica e di grande impeto morale, di difficile classificazione e a lungo meditata, "Hitler" (Mondadori) di Giuseppe Genna cerca di disgregare il mito del dittatore nazista attraverso una grande fede nel potere della letteratura.

Loredana Lipperini di Elena Raugei
"Ancora dalla parte delle bambine" (Feltrinelli), uno dei nostri libri dell'anno scorso, analizza l'attuale situazione femminile con grande intelligenza.

I cantautori da Rutelli di Max Stèfani
Sono ripartiti, tutti quanti in ghingheri. Rutelli li aspettava e li ha presi tutti per in giro e il Governo ancora non era caduto. Soldi, legge sulla musica, carezze e tanti sorrisi. L'ennesima inutile buffonata.

Boy Scouts 2 di Massimo Del Papa
Quanti deliri in serie, di paranoia prestampata, dopo l'articolo sugli scout scritto sul numero di gennaio.
Tutti hanno scritto le stesse identiche cose, gli stessi insulti, le stesse indignazioni, lo stesso modo di salvarsi nello stesso angolo dell'amore fraterno, universale. Bambini cretini, appunto.

MUSICA

Black Mountain di Aurelio Pasini
Se l'omonimo debutto del 2005 aveva segnalato i canadesi Black Mountain come una delle realtà più interessanti in ambito heavy (ma non solo) psichedelico, "In The Future" fa molto di più, candidandosi fin da ora allo status di classico.

Baustelle di Federico Guglielmi
Sono probabilmente la realtà più in ascesa della scena nazionale fiorita nel circuito indie dei 90, e vari segnali dicono che il loro quarto album "Amen" sarà quello della definitiva consacrazione. Nell'attesa degli eventi, ci siamo fatti aiutare da Francesco Bianconi a dipingere un ritratto a 360 gradi della sua band.

Eels di Gianluca Testani
Come, quando e perché a un dato punto del proprio percorso artistico ci si ferma a ripensare il passato, fissarne la memoria e farne compendio per poi andare oltre.

Le recensioni
Nick Cave, Bob Mould, Paolo Benvegnù, The Magnetic Fields, Cass McCombs, 24 Grana, Offlaga Disco Pax, Dead Meadow, The Stems, Joe Jackson, Steve Evans Quartet, Kelley Stoltz, School Of Language, Rocky Votolato, Girls In Hawaii, No Kids, Lupe Fiasco, Mis, Mahjongg, Ringo Starr, Black Lips...

CLASSIC ROCK
Pink Floyd, Marianne Faithfull, Wishbone Ash Paragons, Spain, Led Zeppelin...

SOUNDLAB
Detroit Is Back, Miss Kittin, Pinch, Hello?Repeat...

SUL PALCO
Iron And Wine, Carmen Consoli, Rock Contest, Marlene Kuntz

E ancora
Linea 77, Goldfrapp, James Baldwin, Eutanasia, Willy Vlautin, Julien Temple, Beck, Billie Holiday, Nanni Moretti, Davide Toffolo, Luca De Biase, Ratzinger & Mastella fuori dai coglioni e le rubriche di Alberto Crespi, Riccardo Bertoncelli, Daniele Biacchessi, Pippo Russo, Riccardo Orioles, Alessandro Bolli, Max Stèfani, Daniele Caluri & Emiliano Pagani




 

Maccio

Non tutti sono a conoscenza del soprannome con il quale sono conosciuto.
Il "responsabile" è mio cugino Andrea che da piccolo, non riuscendo a pronunciare il nome Massimo mi chiamava Maccio. Da allora anche in casa hanno cominciato a chiamarmi in questo modo e la stessa cosa ha iniziato a fare un amico di nome Davide che frequentava spesso casa mia. Da allora anche per gli altri amici sono diventato Maccio.

Spiegato questo punto saliente della mia biografia direi che ho detto tutto. Ok, non è vero, ma per il momento vi basterà sapere che non ho intenzione di scrivere un'autobiografia, almeno un questo spazio!



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Sono nato a Modena il 3 Ottobre 1969.
Vivo tuttora a Modena con la mia famiglia: mia moglie Barbara e mia figlia Claudia.

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